Ritrovata Miniera di Lignite
Sin da bambini avevamo ascoltato storie, racconti e forse leggende sulla “cava dal carbon”. Poi il passare degli anni, il trascorrere del tempo e l’inevitabile scomparsa dei narratori fece pian piano cadere gli antichi ricordi nell’oblio.
Complice il X° di Speleologia, un mattino del 2 gennaio del 2011 con l’amico, compagno di mille avventure, decidiamo di seguire la flebile memoria storica rimasta. Uno, due passaggi nella zona dove dovrebbe essere ubicata la miniera ma nulla. Finalmente al terzo passaggio, Fabrizio mi chiama. Ha trovato un buchino lungo una frana, ormai consolidata, lo allarga: è l’entrata della mitica miniera. Fieri della nostra scoperta battezziamo subito quest’apertura di 60 cm. nella terra, “Buca Fogola&Maucci” così, tanto per fare parlare un pochino nostri compaesani.

Qualche tempo dopo armati di corda, luci e macchina fotografica siamo di nuovo davanti all’entrata. Chi entra per primo in quel piccolo buco buio, profondo e stretto, simile ad un vicolo cieco? Da buon “speleologo”, anche se in erba, potevo mica tirarmi indietro !!! Vado con un po’ di titubanza, incertezza e timore. Una volta entrati non vediamo nessuna gigantesca concrezione e neppure eccentriche, anfratti, cunicoli o pozzi ma, si apre una ampia galleria squadrata tagliata nella roccia. Così si materializzati ai nostri occhi, i racconti ascoltati sin da piccini, i cui protagonisti erano giovani marinai come tal Angelo Benvenuto di Monterosso. Al suo interno una serie di animali triglofili: un chiocciola azzurra, una dolicopoda con le sue gambe lunghe e sottili e sul soffitto un pipistrello appeso; sulla destra un geotritone ambrosi. Lungo le pareti sono ancora presenti i fori all’interno dei quali veniva fatto brillare l’esplosivo. Ben visibile è la vena carbonifera che ci accompagna nel buio sino ad un laghetto, che abbiamo dedicato all’inventore della speleologia moderna, il triestino il triestino Walter Maucci. L’acqua è ferma e immobile nei periodi di secca, viceversa è mossa da centinaia di goccioloni provenienti dal soffitto durante le piogge. L’assenza di luce naturale fa si che la miniera s’immerge in profondità verso il buio. Sul fondo del laghetto, cosparso di sassi, che scende inclinato e raggiunge la sua massima profondità circa 2 metri, a ¾ della sua estensione, troviamo alcune parti in ferro di utensili da lavoro. In fondo, nella gelida acqua, individuiamo nella roccia una conchetta; dovrebbe essere la sorgente che lo alimenta. Abbiamo provato a svuotare il laghetto ma, dopo 7 giorni il livello dell’acqua era praticamente invariato.

Questa Miniera di litantrace sita, in Montereggio di Mulazzo (MS), alla base del Monte Carbone, così chiamato perché coloro che abitavano lungo la sua dorsale utilizzavano “una certa terra nera” per alimentare i fuochi. Quello che si sa è che questa miniera, probabilmente come altre miniere, durante 1º Conflitto Mondiale fu classificata come stabilimento ausiliario e fu di fatto militarizzata. I minatori che vi lavoravano vennero vestiti con la divisa della Regia Marina ed esonerati dal servizio militare effettivo. Durante il ventennio, in piena autarchia, il Distretto Minerario di Carrara varò un nuovo progetto per lo sfruttamento della miniera. Tutto finì con l’arrivo dell’8 settembre. Nel 1947 un flebile interessamento dell’allora Ministro degli Interni De Gasperi riportò una lieve attenzione sul sito carbonifero, ma che sfociò in nulla di fatto.











