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Mercoledì, 22 Novembre 2017

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Between a rock and a hard place

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Anche lo scorso fine settimana abbiamo deciso di entrare nella pancia del Corchia dal Farolfi, con la consueta comodità che questo buco offre, del tipo che se bevi un bicchiere d’acqua in più prima di passare puoi anche rinunciare e stare a casa.Da diligenti ex corsisti assetati di speleo-conoscenza quali siamo, abbiamo colto al volo l’occasione per affrontare un’esperienza nuova che presenta aspetti molto affascinanti rispetto a quello a cui siamo stati abituati negli scorsi mesi: il disarmo.Arrivati al campo Erica ci dividiamo in tre squadre: due si occupano di effettuare nuovi rilievi, mentre a noi, volontari di un gruppetto misto di più o meno esperti speleo nostri compagni in questa avventura, tocca recuperare le corde dal Demonolatraie (già il nome è presagio di semplicità ed accoglienza), un pozzo di circa un centinaio di metri totalmente diverso da quello che ci aspettiamo.La partenza inganna: ti cali per una quarantina di metri tra due pareti a circa due metri di distanza fino al primo frazionamento, lo superi e qui inizi a capire che c’è qualcosa di strano. Si sta stretti, ma per adesso tutto nella norma, strusci un po’ dappertutto ma passi senza grosse difficoltà fino al secondo frazionamento.

Più scendi e più le pareti si avvicinano fino al punto che devi divincolarti come una tipica anguilla di grotta per passare. Arrivati in fondo ci facciamo un giretto tra le gallerie perdute, le sale ancora poco conosciute di questo ramo fino al momento in cui, armati di chiave del 13, iniziamo la risalita. Chi disarma resta indietro da solo, la sensazione è piacevole: calma, rilassatezza, silenzio. Puoi prenderti il tempo che vuoi, nessuno dietro di te scalpita per salire. Sviti un dado, ti riprendi moschettone e piastrina rimettendo subito il dado al suo posto per non perderlo e sfai il nodo. Ad un frazionamento ci diamo il cambio (ammettiamo di esserci giocati i tiri da disarmare a sasso-carta-forbice).Risalire non è facile: è talmente stretto che ogni strumento è di intralcio, il pedale devi tenerlo di fianco e il casco non ci sta se non tenendo la testa di profilo. Fatichiamo, serve calma e pazienza per divincolarsi fino agli ultimi quaranta metri che ti fanno sudare parecchio prima di lasciarti uscire.Una volta fuori dal pozzo ci incamminiamo verso l’uscita tra piani inclinati, arrampicate e strettoie che ormai conosciamo bene. Vicino alla bocca del Farolfi ci ricompattiamo così da poter fare un passamano di sacche piene di corde. Ci infiliamo nel cunicolo in salita e sentiamo l’aria che si muove più potente. Vediamo la luce del giorno e siamo fuori, nel solito bosco di sempre. Un’ultima fatica per arrivare alle macchine ed è fatta: ci aspetta una serata insieme davanti al fuoco e a una meritatissima grigliata.