SPELEOLOGIA:tra scienza,esplorazione e immaginario
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- Pubblicato: Mercoledì, 28 Luglio 2010 17:15
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Indice articoli
Introduzione:
Libertà di ululare alla luna
Di urlare di gioia per il sole
Di addormentarsi alla luce delle stelle
Di farsi un fuoco ed arrostirsi il cibo.
Libertà di cantare vecchie ballate
Di cambiare giocattoli
Di parlarsi in modi nuovi
Con altri nomi, con nuove storie.
Libertà di impazzirne
Senza paura
Senza problemi.
(Andrea Gobetti- Una frontiera da immaginare)
Lo speleologo si addentra nei meandri della terra alla ricerca dell’ignoto, del buio e del silenzio assoluti, sfida la Natura e allo stesso tempo cerca un rapporto d’intimità teso alla profonda conoscenza di ciò che essa nasconde. Lo speleologo cerca l’adrenalina che può trovare solo quando è appeso ad una corda, nel vuoto, dove tutto ciò che vede sono le luci dei suoi compagni, cinquanta metri sotto di lui, come lucciole in una notte senza stelle.
La paura e l’ebbrezza, la vertigine e l’euforia convivono nella speleologia rendendola una disciplina affascinante e incomparabile con qualsiasi altra.
La tesi si propone dunque di esplorare idealmente lo scenario ipogeo, mediante un percorso unificante le varie discipline scientifiche, storiche, letterarie con l’obiettivo di portare alla luce ciò che il nostro pianeta cela tanto misteriosamente dentro di lui.
Immaginifici percorsi nel mondo sotterraneo : il fascino dell'ignoto tra fantasia e realtà.
“Spesso piegandomi in qua e illà per vedere se dentro vi disciernessi alcuna cosa, e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era, e stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se la entro fusse alcuna miracolosa cosa”.
Codice Arundel , f. 155 r.
Leonardo da Vinci, da sempre attratto dalle montagne e soprattutto dal paesaggio alpino, ai quali trasferisce una connotazione simbolica e religiosa, come ben si può notare dal famoso dipinto “La Vergine delle Rocce”, esprime in questa citazione (tratta dal Codice Arundel, una raccolta di disegni e scritti di Leonardo da Vinci, comprendente 283 fogli databili tra il 1478 e il 1518) il desiderio di entrare nei segreti della natura e la paura di fronte al mistero delle forze ignote che la governano.
In particolare, l’immagine dell’antro è legata all’idea secondo cui la natura è animata da ragioni che ne determinano il meraviglioso corso necessario. Queste ragioni ultime delle cose sono soffio vitale, forza, energia: esse sono entità dinamiche che presiedono alla metamorfosi del mondo e sono metaforicamente nascoste nel ventre della terra che inseminano, nel buio misterioso della caverna.
Questa bramosa voglia di scoprire “la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifitiosa natura” portò numerosi autori del passato a fantasticare su ciò che la terra nasconde dentro di sé.
Uno di questi è sicuramente Jules Verne (1828-1905), il quale, sebbene tendesse a descrivere ambienti e situazioni senza averli mai visti di persona bensì semplicemente sul sentito dire, lascia trasparire dal suo scritto “Viaggio al centro della Terra” una caratteristica base che devono avere tutti gli speleologi: la curiosità e il gusto per l’ignoto. Se l’interesse per il mondo sotterraneo porta a ricavarne spunti fantastici, l’aspetto forse più interessante è la profonda speculazione che esso suscita.
Persino un autore latino di grande valenza letteraria quale fu Tito Lucrezio Caro (I° secolo a.C.) fu sedotto dall’imperituro fascino delle spelonche. Nel “De Rerum Natura” vv. 538-44 Lucrezio illustra le cause dei terremoti le quali vengono fatte risalire ai “coperti fiumi che rotolano con un grand’impeto i flutti” e “al vento che raccoltosi entro le grotte sottoterra si ammassa da un solo lato e addossandosi alle alte caverne, incalza con grande forza”.
Dinamicità della litosfera e inquadramento geologico delle Alpi Apuane.
Oltre ai sismi la cui genesi è effettivamente da riconoscersi all’interno delle grotte (terremoti da crollo), oggigiorno si hanno ipotesi più certe sulla loro origine. Gli studi sulle onde sismiche e l’osservazione di particolari fenomeni che hanno portato alla formulazione di teorie quali la “tettonica a placche”, hanno rivelato che i terremoti sono causati da molteplici fattori derivanti dal movimento delle zolle litosferiche. Le zone ad alta sismicità coincidono per l’appunto con dorsali oceaniche, fosse oceaniche, zone ad elevata attività vulcanica, fosse tettoniche e catene montuose recenti. Quest’ultimo caso in particolare è caratteristico del territorio delle vicine Alpi Apuane le quali si trovano all'estremità nord-occidentale della Toscana ed occupano una superficie di circa 440 km quadrati. La nascita di queste montagne rientra nella grande orogenesi alpino - himalayana avvenuta durante l'Era Cenozoica (iniziata circa 65 milioni di anni fa). A tutt'oggi la catena non ha raggiunto uno stato di equilibrio come è dimostrato dalla frequenza di fenomeni sismici che interessano la zona. La molteplicità degli eventi geologici che hanno portato al sollevamento del complesso edificio apuano ha interessato rocce originatesi in epoche diverse. Il nucleo più antico delle Apuane è costituito da un basamento cristallino, residuo di un'antichissima catena montuosa, sollevatasi durante la seconda era geologica, l'Era Paleozoica, che si è conclusa circa 248 milioni di anni fa. In seguito alle depressioni tettoniche che si crearono conseguentemente alla fratturazione del Pangea e all'ingresso della Tetide, la zona lentamente sprofondò e rimase sommersa dal mare. Le rocce paleozoiche, sommerse, sono state ricoperte da vari strati di rocce sedimentarie. Dapprima si sono andati formando depositi di mare poco profondo, prevalentemente sedimenti carbonatici che hanno dato origine, a seguito di un successivo processo di trasformazione, a rocce di tipo dolomitico, chiamate grezzoni; al di sopra di questi si sono depositati altri sedimenti calcarei che, per metamorfosi, hanno formato i marmi. A metà della successiva Era Cenozoica o Terziaria, circa 25 milioni di anni fa, i due blocchi continentali che delimitavano il mare situato nell'attuale area appenninico - apuana, cominciarono a muoversi l'uno verso l'altro comprimendo i sedimenti marini interposti, con conseguente loro ripiegamento ed emersione. Ciò portò alla nascita della catena apuana e del vicino Appennino. Le enormi forze di compressione, che determinarono il sollevamento delle Apuane, provocarono la formazione di fratture e, in corrispondenza di queste, il sovrascorrimento dei "pacchi" di rocce - falda Ligure e falda Toscana - al di sopra del complesso apuano. A causa del carico di tale coltre di ricoprimento, ed anche a causa dell'attrito derivato dallo scorrimento in corrispondenza delle zone di taglio, si raggiunsero temperature intorno ai 300-400 °C ed elevatissime pressioni del valore di 3-4 kbar (3-4 tonnellate su centimetro cubo). Le rocce della serie apuana furono così notevolmente ripiegate e sottoposte a un profondo mutamento (metamorfismo) della loro struttura originaria. Altra particolarità delle Apuane è quindi la presenza di rocce metamorfiche, cioè rocce derivate dalla trasformazione di rocce preesistenti sottoposte a particolari condizioni di temperatura e di pressione.
Il fenomeno carsico .
Un M.A. fa intervennero le glaciazioni. Terminata l'era glaciale, lo scioglmento di enormi strati di ghiaccio ha provocato la nascita di torrenti impetuosi che, trascinando a valle detriti, incisero la roccia erodendo i fianchi delle montagne. E' in questa fase che ha avuto inizio la formazione delle cavità cosiddette carsiche ( il nome carso, ha radici antiche pre – indoeuropee Kar – Karsa – Karra – Garra dal significato di roccia, pietra, terreno sassoso, fino ad arrivare al termine di uso internazionale di Karst ), così numerose nelle Apuane: le acque piovane e da disgelo, arricchite di anidride carbonica, penetrano nelle fratture e la corrosione chimica (l'acqua contenente anidride carbonica scioglie le rocce carbonatiche) e l'erosione le arrotonda e le allarga. Man mano che l'erosione procede, le acque trovano nuove fratture, che vengono a loro volta invase e corrose. Si crea così un dedalo di gallerie e le acque scendono sempre più in basso fino a raggiungere lo zoccolo antico, che resiste alla corrosione (essendo silicatico e non carbonatico). E' cosi che si sono formate le numerose grotte delle Apuane di cui le più importanti sono: Abisso Fighiera, Abisso Farolfi, Abisso Valinor, Buca dell'Eolo ( tutti collegati tra loro a formare l'antro del Corchia), Abisso Baader-Meinhof (probabilmente anch’esso collegato), Abisso Olivifer (1200m), Abisso dello Gnomo (900m), Abisso Roversi, Grotta del Vento, Buca dell’Omo selvatico, Tecchia d’Equi (ricca di reperti paleontologici), Grotta d’Equi e molti altri, anonimi ed inesplorati.
Mirabili manifestazioni della natura : le concrezioni.
Un aspetto caratteristico di queste grotte è il concrezionamento (dal latino concrescere: crescere con): processo chimico che consiste nella deposizione, per apporto progressivo, di un dato minerale ad opera di acque superficiali, marine, sotterranee o termali. I minerali più comuni sono: carbonato di calcio (CaCO3), solfato di calcio (CaSO4) e silice (SiO2 ). Le concrezioni calcaree vengono denominate speleotemi. Le più note sono le stalattiti (dal greco stalaktòs: gocciolante), le stalagmiti (stalagnòs: sgocciolamento) che, crescendo dal basso verso l’alto, tendono ad elevarsi dal pavimento della cavità e le colonne, le quali si formano dal congiungimento di una stalattite con una stalagmite sul medesimo allin
eamento.
Le più spettacolari sono le:
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Eccentriche: con forme molto caratteristiche che sfuggono totalmente alla legge di gravità.
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Aragoniti: (polimorfo della calcite) si presentano in cristalli sottili e allungati, riuniti in ciuffi soprattutto all’interno di fratture, porosità, cavità di rocce gessose o calcaree.
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Vele: sono forme legate allo scorrimento lentissimo di acque ricche di CaCO3 sulle pareti o sul pavimento di una grotta.
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Vaschette: si trovano sul pavimento delle gallerie e al loro interno vi ristagna l’acqua.
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Pisoliti: dette anche “perle di grotta”. Si presentano come piccole perle di calcite o aragonite di dimensioni variabili da pochi millimetri a decine di centimetri.
Le cavità artificiali : trincee ipogee.
Se la natura ci stupisce con la sua fantasia illimitata e artistica, altrettanto scenografici sono gli ambienti sotterranei realizzati dall'uomo nel suo lungo progredire verso le forme attuali di civilizzazione. La branca della speleologia che rivolge il suo interesse verso questo tipo di struttura ipogea è detta speleologia urbana, o meglio speleologia in cavità artificiali.
La riscoperta, lo studio e la documentazione di strutture ipogee dimenticate, perché ormai inutilizzate, riveste grande interesse dal punto di vista storico, sociale ed antropologico.
Soprattutto durante i due conflitti mondiali vennero utilizzate cavità naturali come posti di osservazione (I Guerra Mondiale) e vennero realizzate gallerie di ricovero antiaereo per la popolazione civile, per militari, per depositi di acqua e per la protezione antincendio (II Guerra Mondiale).
Ma la più singolare costruzione ipogea realizzata durante il periodo bellico è indubbiamente la “città di ghiaccio” scavata all’interno del massiccio della Marmolada dalle truppe austro-ungariche.
Attraverso questo gruppo montuoso si poteva accedere alle valli Badia e di Fassa e raggiungere Bolzano, Bressanone e Fortezza che allora appartenevano all’Impero. Quando all’inizio delle ostilità parte della Marmolada cadde in mano italiana, gli austro-ungarici furono costretti a difendere assiduamente la posizione della Forcella a V per impedire alle truppe italiane di raggiungere la valle.
Per questo venne progettata la cosiddetta “città di ghiaccio” dal tenente e ingegnere Leo Handl con lo scopo di riparare i soldati austro-ungarici sia dal fuoco nemico che dal freddo, dalla neve e dalle valanghe.
L’opera non doveva essere visibile dall’esterno ed era composta da una trentina di caverne a parecchi metri di profondità, anche 40 in alcuni punti, collegate tra loro da cunicoli muniti di passerelle e ponticelli e dotate di depositi di viveri, materiali e munizioni, ricoveri, infermeria, centralino telefonico, uffici del comando, mense e gabinetti.
Le sale dormitorio, illuminate dalla corrente elettrica proveniente da Canazei e fornita da una centrale a vapore, contenevano fino a 70 uomini.
La vita sotto il ghiaccio permetteva di evitare le rigidissime temperature esterne (fino -30° gradi C).
Infatti nelle gallerie la temperatura poteva variare dai +3°ai +5° d'inverno, scendendo a 0° durante l'estate.
Tuttavia l'aria era spesso resa irrespirabile dal fumo delle stufe (nonostante un ingegnoso sistema di ventilazione il fumo, raffreddandosi, spesso ritornava indietro nei camini) e forte era l'umidità in estate.
Inoltre i baraccamenti e le stanze dovevano essere continuamente modificati a causa del movimento lento ma incessante del ghiacciaio che le stritolava come in una potentissima morsa.
Sotto il ghiaccio l’effetto dei colpi d’artiglieria era minimo e le poche perdite che si ebbero furono dovute a cadute nei crepacci. Complessivamente però la costruzione della "città di ghiaccio" rappresentò una geniale soluzione che consentì la sopravvivenza a molti kaiserschutzen.



La Grande Guerra raccontata dai combattenti.
Così come la “città di ghiaccio”, su tutti i fronti del conflitto, le trincee costituivano vere e proprie “case di guerra” per milioni di soldati. Questi si trovavano a diretto contatto con il fango e la terra dove le condizioni igienico sanitarie erano nulle, rischiando continuamente l’assideramento a causa della rigidità del clima, condividendo spesso la trincea con i corpi dei compagni caduti che non potevano essere sepolti. Per evadere da questa cruda realtà e sopportare la nostalgia degli affetti familiari, i soldati produssero opere immortali: poesie, lettere, canti e diari che ci hanno permesso di venire a conoscenza degli aspetti più oscuri e sfuggenti della vita di trincea.
I canti sono testimonianza delle diverse forze che entravano in gioco nel quotidiano rapporto con superiori e compagni e rievocano spesso gli amori e gli affetti abbandonati nei luoghi natali. Sono pregni di motivi che richiamano l’autoesaltazione e l’amor patrio: “Bell'Italia, devi esser fiera / Dei tuoi baldi e forti alpini,/ che ti danno i tuoi confini / ricacciando lo stranier. / O Italia, vai gloriosa / di quest'arma valorosa / che combatte senza posa / per la gloria e libertà” (Monte Nero), la mancanza della donna amata: “Cara moglie, che tu non mi senti, / raccomando ai compagni vicini / di tenermi da conto ai bambini, / che io muoio col tuo nome nel cuor” (Oh Gorizia tu sia maledetta), il dolore dovuto al distacco dai genitori: “Addio padre e madre addio, / che per la guerra mi tocca di partir, / ma che fu triste il mio destino, / che per l'Italia mi tocca morir”(Addio padre e madre addio), l’orrore per la guerra: “Maledeta la sia questa guera / Che mà dato si tanto dolor. / Il tuo sangue hai donato a la tera,, / hai distrutto la tua gioventù” (Sui Monti Scarpazi), e il senso del dovere: “Al comando dei nostri ufficiali / carichiamo fucile e mitraglia; / e se per caso il colpo si sbaglia, / alla baionetta all'assalto si va” (E tu Austria).
Le poesie ugualmente urlano le atrocità della guerra, il linguaggio scarno e duro riflette pienamente i sentimenti dei soldati i cui animi, scavati dal dolore, non riescono a trovare valide giustificazioni alla vanità dei massacri, perdendo completamente la consapevolezza del proprio essere che si fonde con la terra su cui inesorabilmente è costretto. Neanche nel pianto si trova più sfogo: “Come questa pietra / è il / mio pianto / che non si vede” (Sono una creatura, G.Ungaretti), e l’esperienza bellica diventa insopportabile, tanto che Robert Skorpil scrive nel suo libro di guerra “Pasubio” : “Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più! / Più non posso stare qui seduto tranquillo! / Tutto finisce. Tutto ha un limite. / Lanciarsi con la testa contro questa roccia, / fino a stramazzare al suolo, fino a perdere conoscenza”.
Ma la morte non rende giustizia a tali sofferenze in quanto i soldati che la incontrano non sono che una croce dimenticata : “Il sole, la pioggia, l'oblio / t'han tolto anche il nome d'un fronte / non sei che una croce sul monte / che dura nei turbini e tace / custode di gloria e di pace” (Non sei che una croce, R. Perseni). La morte, unica certezza della guerra, è una costante nelle poesie dei soldati in trincea. Numerose sono le descrizioni dei volti resi irriconoscibili, pieni di sangue e martoriati da colpi di fucile e bombardamenti, tra cui le più drammaticamente realistiche sono da attribuirsi a C. Rebora e G. Ungaretti : “C'è un corpo in poltiglia/ con crespe di faccia , affiorante / sul lezzo dell'aria sbranata” (Voce di vedetta morta, C. Rebora); “tra melma e sangue / tronco senza gambe / e il tuo lamento ancora” (Viatico, C. Rebora) ; “buttato vicino / ad un compagno / massacrato / con la bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani” (Veglia, G.Ungaretti).
Queste efferatezze hanno spinto accesi interventisti e volontari a convertirsi in convinti antimilitaristi. Le certezze nazionalistiche si perdono dietro alle barbarie che rendono disumana la guerra e dopo aver vissuto l’esperienza bellica non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore / a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate, / la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est / Pro patria mori”(Dulce et decorum est, W.Owen).
In the english version:
“ you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”
Wilfred Owen and the realism of War Poetry
The War Poets of the “nation overseas” destroyed the Romantic myth of a glorious war and expressed their contempt for war leaders and their “pity” for their comrades. As Owen stated in his famous fragment of a Preface to his collection of poems, “My subject is War, and the pity of War. The Poetry is in the pity...All a poet can do today is warn. That is why the true Poets must be truthful”. The role of the poet is to convey the horror of war to those who have no direct experience of it, so that futile and destructive future conflicts can be avoided. And Dulce et Decorum Est is a good example of how Owen fulfilled his role: the poem spares the reader none of the grim details of death from gas. The physical and psychological suffering of the soldiers mounts steadily towards the climax on the word “Lie” and the anger it carries with it – it is not sweet and fitting to die for one’s country.
Bibliografia:
Siti internet:
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http://it.wikipedia.org/wiki/Speleologia_in_cavit%C3%A0_artificiali
-
http://www.filibertoputzu.it/la_città_di_ghiaccio_im_3540.htm
Libri:
-
Buzio A., Speleologi: strana gente, A.A.V.V., edito in proprio, 1995
-
De Luca B. - Ellis D.J. - Pace P. - Ranzoli S., Words That Speak, Loescher editore, Torino, 2006
- Gobetti A., Una frontiera da immaginare, Dall’Oglio, Milano 1976
- Materiale didattico, Elementi di geologia e speleogenesi, IX corso d’introduzione alla speleologia, 2009
- Rossett A. - Sartorio D. - Grillo B., Geologia e Carsismo delle rocce carbonatiche, U.S.P. C.A.I., Pordenone, 2007
- Speleologia, Rivista della Società Speleologica Italiana
- Tamburini A. – Ischia M, Percorsi di guerra, in Speleologia - rivista della Società Speleologica Italiana, n. 50 Giugno 2004
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La Grande Guerra raccontata dai combattenti.
Così come la “città di ghiaccio”, su tutti i fronti del conflitto, le trincee costituivano vere e proprie “case di guerra” per milioni di soldati. Questi si trovavano a diretto contatto con il fango e la terra dove le condizioni igienico sanitarie erano nulle, rischiando continuamente l’assideramento a causa della rigidità del clima, condividendo spesso la trincea con i corpi dei compagni caduti che non potevano essere sepolti. Per evadere da questa cruda realtà e sopportare la nostalgia degli affetti familiari, i soldati produssero opere immortali: poesie, lettere, canti e diari che ci hanno permesso di venire a conoscenza degli aspetti più oscuri e sfuggenti della vita di trincea.
I canti sono testimonianza delle diverse forze che entravano in gioco nel quotidiano rapporto con superiori e compagni e rievocano spesso gli amori e gli affetti abbandonati nei luoghi natali. Sono pregni di motivi che richiamano l’autoesaltazione e l’amor patrio: “Bell'Italia, devi esser fiera / Dei tuoi baldi e forti alpini,/ che ti danno i tuoi confini / ricacciando lo stranier. / O Italia, vai gloriosa / di quest'arma valorosa / che combatte senza posa / per la gloria e libertà” (Monte Nero), la mancanza della donna amata: “Cara moglie, che tu non mi senti, / raccomando ai compagni vicini / di tenermi da conto ai bambini, / che io muoio col tuo nome nel cuor” (Oh Gorizia tu sia maledetta), il dolore dovuto al distacco dai genitori: “Addio padre e madre addio, / che per la guerra mi tocca di partir, / ma che fu triste il mio destino, / che per l'Italia mi tocca morir”(Addio padre e madre addio), l’orrore per la guerra: “Maledeta la sia questa guera / Che mà dato si tanto dolor. / Il tuo sangue hai donato a la tera,, / hai distrutto la tua gioventù” (Sui Monti Scarpazi), e il senso del dovere: “Al comando dei nostri ufficiali / carichiamo fucile e mitraglia; / e se per caso il colpo si sbaglia, / alla baionetta all'assalto si va” (E tu Austria).
Le poesie ugualmente urlano le atrocità della guerra, il linguaggio scarno e duro riflette pienamente i sentimenti dei soldati i cui animi, scavati dal dolore, non riescono a trovare valide giustificazioni alla vanità dei massacri, perdendo completamente la consapevolezza del proprio essere che si fonde con la terra su cui inesorabilmente è costretto. Neanche nel pianto si trova più sfogo: “Come questa pietra / è il / mio pianto / che non si vede” (Sono una creatura, G.Ungaretti), e l’esperienza bellica diventa insopportabile, tanto che Robert Skorpil scrive nel suo libro di guerra “Pasubio” : “Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più! / Più non posso stare qui seduto tranquillo! / Tutto finisce. Tutto ha un limite. / Lanciarsi con la testa contro questa roccia, / fino a stramazzare al suolo, fino a perdere conoscenza”.
Ma la morte non rende giustizia a tali sofferenze in quanto i soldati che la incontrano non sono che una croce dimenticata : “Il sole, la pioggia, l'oblio / t'han tolto anche il nome d'un fronte / non sei che una croce sul monte / che dura nei turbini e tace / custode di gloria e di pace” (Non sei che una croce, R. Perseni). La morte, unica certezza della guerra, è una costante nelle poesie dei soldati in trincea. Numerose sono le descrizioni dei volti resi irriconoscibili, pieni di sangue e martoriati da colpi di fucile e bombardamenti, tra cui le più drammaticamente realistiche sono da attribuirsi a C. Rebora e G. Ungaretti : “C'è un corpo in poltiglia/ con crespe di faccia , affiorante / sul lezzo dell'aria sbranata” (Voce di vedetta morta, C. Rebora); “tra melma e sangue / tronco senza gambe / e il tuo lamento ancora” (Viatico, C. Rebora) ; “buttato vicino / ad un compagno / massacrato / con la bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani” (Veglia, G.Ungaretti).
Queste efferatezze hanno spinto accesi interventisti e volontari a convertirsi in convinti antimilitaristi. Le certezze nazionalistiche si perdono dietro alle barbarie che rendono disumana la guerra e dopo aver vissuto l’esperienza bellica non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore / a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate, / la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est / Pro patria mori”(Dulce et decorum est, W.Owen).
In the english version:
“ you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”
7) Wilfred Owen and the realism of War Poetry
The War Poets of the “nation overseas” destroyed the Romantic myth of a glorious war and expressed their contempt for war leaders and their “pity” for their comrades. As Owen stated in his famous fragment of a Preface to his collection of poems, “My subject is War, and the pity of War. The Poetry is in the pity...All a poet can do today is warn. That is why the true Poets must be truthful”. The role of the poet is to convey the horror of war to those who have no direct experience of it, so that futile and destructive future conflicts can be avoided. And Dulce et Decorum Est is a good example of how Owen fulfilled his role: the poem spares the reader none of the grim details of death from gas. The physical and psychological suffering of the soldiers mounts steadily towards the climax on the word “Lie” and the anger it carries with it – it is not sweet and fitting to die for one’s country.










