SPELEOLOGIA:tra scienza,esplorazione e immaginario - La Grande Guerra
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- Pubblicato: Mercoledì, 28 Luglio 2010 17:15
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Indice articoli
La Grande Guerra raccontata dai combattenti.
Così come la “città di ghiaccio”, su tutti i fronti del conflitto, le trincee costituivano vere e proprie “case di guerra” per milioni di soldati. Questi si trovavano a diretto contatto con il fango e la terra dove le condizioni igienico sanitarie erano nulle, rischiando continuamente l’assideramento a causa della rigidità del clima, condividendo spesso la trincea con i corpi dei compagni caduti che non potevano essere sepolti. Per evadere da questa cruda realtà e sopportare la nostalgia degli affetti familiari, i soldati produssero opere immortali: poesie, lettere, canti e diari che ci hanno permesso di venire a conoscenza degli aspetti più oscuri e sfuggenti della vita di trincea.
I canti sono testimonianza delle diverse forze che entravano in gioco nel quotidiano rapporto con superiori e compagni e rievocano spesso gli amori e gli affetti abbandonati nei luoghi natali. Sono pregni di motivi che richiamano l’autoesaltazione e l’amor patrio: “Bell'Italia, devi esser fiera / Dei tuoi baldi e forti alpini,/ che ti danno i tuoi confini / ricacciando lo stranier. / O Italia, vai gloriosa / di quest'arma valorosa / che combatte senza posa / per la gloria e libertà” (Monte Nero), la mancanza della donna amata: “Cara moglie, che tu non mi senti, / raccomando ai compagni vicini / di tenermi da conto ai bambini, / che io muoio col tuo nome nel cuor” (Oh Gorizia tu sia maledetta), il dolore dovuto al distacco dai genitori: “Addio padre e madre addio, / che per la guerra mi tocca di partir, / ma che fu triste il mio destino, / che per l'Italia mi tocca morir”(Addio padre e madre addio), l’orrore per la guerra: “Maledeta la sia questa guera / Che mà dato si tanto dolor. / Il tuo sangue hai donato a la tera,, / hai distrutto la tua gioventù” (Sui Monti Scarpazi), e il senso del dovere: “Al comando dei nostri ufficiali / carichiamo fucile e mitraglia; / e se per caso il colpo si sbaglia, / alla baionetta all'assalto si va” (E tu Austria).
Le poesie ugualmente urlano le atrocità della guerra, il linguaggio scarno e duro riflette pienamente i sentimenti dei soldati i cui animi, scavati dal dolore, non riescono a trovare valide giustificazioni alla vanità dei massacri, perdendo completamente la consapevolezza del proprio essere che si fonde con la terra su cui inesorabilmente è costretto. Neanche nel pianto si trova più sfogo: “Come questa pietra / è il / mio pianto / che non si vede” (Sono una creatura, G.Ungaretti), e l’esperienza bellica diventa insopportabile, tanto che Robert Skorpil scrive nel suo libro di guerra “Pasubio” : “Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più! / Più non posso stare qui seduto tranquillo! / Tutto finisce. Tutto ha un limite. / Lanciarsi con la testa contro questa roccia, / fino a stramazzare al suolo, fino a perdere conoscenza”.
Ma la morte non rende giustizia a tali sofferenze in quanto i soldati che la incontrano non sono che una croce dimenticata : “Il sole, la pioggia, l'oblio / t'han tolto anche il nome d'un fronte / non sei che una croce sul monte / che dura nei turbini e tace / custode di gloria e di pace” (Non sei che una croce, R. Perseni). La morte, unica certezza della guerra, è una costante nelle poesie dei soldati in trincea. Numerose sono le descrizioni dei volti resi irriconoscibili, pieni di sangue e martoriati da colpi di fucile e bombardamenti, tra cui le più drammaticamente realistiche sono da attribuirsi a C. Rebora e G. Ungaretti : “C'è un corpo in poltiglia/ con crespe di faccia , affiorante / sul lezzo dell'aria sbranata” (Voce di vedetta morta, C. Rebora); “tra melma e sangue / tronco senza gambe / e il tuo lamento ancora” (Viatico, C. Rebora) ; “buttato vicino / ad un compagno / massacrato / con la bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani” (Veglia, G.Ungaretti).
Queste efferatezze hanno spinto accesi interventisti e volontari a convertirsi in convinti antimilitaristi. Le certezze nazionalistiche si perdono dietro alle barbarie che rendono disumana la guerra e dopo aver vissuto l’esperienza bellica non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore / a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate, / la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est / Pro patria mori”(Dulce et decorum est, W.Owen).
In the english version:
“ you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”
Wilfred Owen and the realism of War Poetry
The War Poets of the “nation overseas” destroyed the Romantic myth of a glorious war and expressed their contempt for war leaders and their “pity” for their comrades. As Owen stated in his famous fragment of a Preface to his collection of poems, “My subject is War, and the pity of War. The Poetry is in the pity...All a poet can do today is warn. That is why the true Poets must be truthful”. The role of the poet is to convey the horror of war to those who have no direct experience of it, so that futile and destructive future conflicts can be avoided. And Dulce et Decorum Est is a good example of how Owen fulfilled his role: the poem spares the reader none of the grim details of death from gas. The physical and psychological suffering of the soldiers mounts steadily towards the climax on the word “Lie” and the anger it carries with it – it is not sweet and fitting to die for one’s country.
Bibliografia:
Siti internet:
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http://it.wikipedia.org/wiki/Speleologia_in_cavit%C3%A0_artificiali
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http://www.filibertoputzu.it/la_città_di_ghiaccio_im_3540.htm
Libri:
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Buzio A., Speleologi: strana gente, A.A.V.V., edito in proprio, 1995
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De Luca B. - Ellis D.J. - Pace P. - Ranzoli S., Words That Speak, Loescher editore, Torino, 2006
- Gobetti A., Una frontiera da immaginare, Dall’Oglio, Milano 1976
- Materiale didattico, Elementi di geologia e speleogenesi, IX corso d’introduzione alla speleologia, 2009
- Rossett A. - Sartorio D. - Grillo B., Geologia e Carsismo delle rocce carbonatiche, U.S.P. C.A.I., Pordenone, 2007
- Speleologia, Rivista della Società Speleologica Italiana
- Tamburini A. – Ischia M, Percorsi di guerra, in Speleologia - rivista della Società Speleologica Italiana, n. 50 Giugno 2004
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La Grande Guerra raccontata dai combattenti.
Così come la “città di ghiaccio”, su tutti i fronti del conflitto, le trincee costituivano vere e proprie “case di guerra” per milioni di soldati. Questi si trovavano a diretto contatto con il fango e la terra dove le condizioni igienico sanitarie erano nulle, rischiando continuamente l’assideramento a causa della rigidità del clima, condividendo spesso la trincea con i corpi dei compagni caduti che non potevano essere sepolti. Per evadere da questa cruda realtà e sopportare la nostalgia degli affetti familiari, i soldati produssero opere immortali: poesie, lettere, canti e diari che ci hanno permesso di venire a conoscenza degli aspetti più oscuri e sfuggenti della vita di trincea.
I canti sono testimonianza delle diverse forze che entravano in gioco nel quotidiano rapporto con superiori e compagni e rievocano spesso gli amori e gli affetti abbandonati nei luoghi natali. Sono pregni di motivi che richiamano l’autoesaltazione e l’amor patrio: “Bell'Italia, devi esser fiera / Dei tuoi baldi e forti alpini,/ che ti danno i tuoi confini / ricacciando lo stranier. / O Italia, vai gloriosa / di quest'arma valorosa / che combatte senza posa / per la gloria e libertà” (Monte Nero), la mancanza della donna amata: “Cara moglie, che tu non mi senti, / raccomando ai compagni vicini / di tenermi da conto ai bambini, / che io muoio col tuo nome nel cuor” (Oh Gorizia tu sia maledetta), il dolore dovuto al distacco dai genitori: “Addio padre e madre addio, / che per la guerra mi tocca di partir, / ma che fu triste il mio destino, / che per l'Italia mi tocca morir”(Addio padre e madre addio), l’orrore per la guerra: “Maledeta la sia questa guera / Che mà dato si tanto dolor. / Il tuo sangue hai donato a la tera,, / hai distrutto la tua gioventù” (Sui Monti Scarpazi), e il senso del dovere: “Al comando dei nostri ufficiali / carichiamo fucile e mitraglia; / e se per caso il colpo si sbaglia, / alla baionetta all'assalto si va” (E tu Austria).
Le poesie ugualmente urlano le atrocità della guerra, il linguaggio scarno e duro riflette pienamente i sentimenti dei soldati i cui animi, scavati dal dolore, non riescono a trovare valide giustificazioni alla vanità dei massacri, perdendo completamente la consapevolezza del proprio essere che si fonde con la terra su cui inesorabilmente è costretto. Neanche nel pianto si trova più sfogo: “Come questa pietra / è il / mio pianto / che non si vede” (Sono una creatura, G.Ungaretti), e l’esperienza bellica diventa insopportabile, tanto che Robert Skorpil scrive nel suo libro di guerra “Pasubio” : “Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più! / Più non posso stare qui seduto tranquillo! / Tutto finisce. Tutto ha un limite. / Lanciarsi con la testa contro questa roccia, / fino a stramazzare al suolo, fino a perdere conoscenza”.
Ma la morte non rende giustizia a tali sofferenze in quanto i soldati che la incontrano non sono che una croce dimenticata : “Il sole, la pioggia, l'oblio / t'han tolto anche il nome d'un fronte / non sei che una croce sul monte / che dura nei turbini e tace / custode di gloria e di pace” (Non sei che una croce, R. Perseni). La morte, unica certezza della guerra, è una costante nelle poesie dei soldati in trincea. Numerose sono le descrizioni dei volti resi irriconoscibili, pieni di sangue e martoriati da colpi di fucile e bombardamenti, tra cui le più drammaticamente realistiche sono da attribuirsi a C. Rebora e G. Ungaretti : “C'è un corpo in poltiglia/ con crespe di faccia , affiorante / sul lezzo dell'aria sbranata” (Voce di vedetta morta, C. Rebora); “tra melma e sangue / tronco senza gambe / e il tuo lamento ancora” (Viatico, C. Rebora) ; “buttato vicino / ad un compagno / massacrato / con la bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani” (Veglia, G.Ungaretti).
Queste efferatezze hanno spinto accesi interventisti e volontari a convertirsi in convinti antimilitaristi. Le certezze nazionalistiche si perdono dietro alle barbarie che rendono disumana la guerra e dopo aver vissuto l’esperienza bellica non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore / a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate, / la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est / Pro patria mori”(Dulce et decorum est, W.Owen).
In the english version:
“ you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
The old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”
7) Wilfred Owen and the realism of War Poetry
The War Poets of the “nation overseas” destroyed the Romantic myth of a glorious war and expressed their contempt for war leaders and their “pity” for their comrades. As Owen stated in his famous fragment of a Preface to his collection of poems, “My subject is War, and the pity of War. The Poetry is in the pity...All a poet can do today is warn. That is why the true Poets must be truthful”. The role of the poet is to convey the horror of war to those who have no direct experience of it, so that futile and destructive future conflicts can be avoided. And Dulce et Decorum Est is a good example of how Owen fulfilled his role: the poem spares the reader none of the grim details of death from gas. The physical and psychological suffering of the soldiers mounts steadily towards the climax on the word “Lie” and the anger it carries with it – it is not sweet and fitting to die for one’s country.
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